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UN PROGETTO PER COSTRUIRE LA MEMORIA
La data emblematica del 9 maggio 1978 diviene il simbolo di un momento in cui due uomini profondamente diversi, eppure così intensamente simili, sembrano soccombere per la scelta compiuta di porsi al di fuori del tracciato principale verso cui la loro condizione economica e sociale, il loro contesto umano, familiare, affettivo e la loro posizione li avrebbe condotti. Moro e Impastato con la loro scelta di andare controcorrente determinarono la sofferenza e l’apparente distruzione che li attese. Ma quella sconfitta è come un seme. Un campo appena seminato sembra vuoto, sembra non vi sia nulla. Il seme è sepolto quando viene gettato, dopo pochi mesi dalla nuda terra germoglierà e darà i suoi frutti, fuor di metafora creerà le condizioni per cambiamenti di mentalità, di approccio, di prospettiva. A trent’anni da quel tragico giorno quindi ci chiediamo oggi cosa rimane di questi martiri della democrazia? Come possono le loro storie e le loro vite interrotte parlare al nostro presente? Sono molti e significativi i punti in comune tra queste due figure così lontane per età, per ambienti Vi è anche una riflessione interessante, importante, sugli strumenti della comunicazione di queste storie. Due figure cosi attente ai temi della comunicazione da un lato e la terribile capacità comunicativa di entrambi i nemici della Repubblica dall’altro. La mafia, colpita da questo grande innovatore della comunicazione che era Peppino Impastato, che con l’ironia, la radio, il divertimento, le mostre rompeva il tabù del “non detto” e arrivava soprattutto ad un’intera nuova generazione, ponendo le basi per un domani lontano dalla cultura mafiosa. Un comunicatore che gioca dentro l’equilibrio di potere mafioso che è basato sulla comunicazione, sul non si può dire, sul decidere che cosa si dice e cosa no, e arrivano fino all’azione di cancellare il valore della sua morte nascondendola dentro al suicidio, al terrorismo, alla morte di Aldo Moro. Un altro aspetto è l’apparente tragico successo della strategia comunicativa delle Brigate Rosse basata sul rapimento eccellente. In effetti a lungo si è continuato, e in parte lo si fa tuttora, a dare voce proprio a loro, agli assassini e alle loro idee. Con l’omicidio Moro questi hanno conquistato una visibilità mediatica che continua da trent’anni. Urge una riflessione sulla forza comunicativa della violenza e sulla necessità di vincere la battaglia per una comunicazione, complessa e dolce, che è la più debole e che rischia sempre di essere sconfitta dalla tifoseria, dalla violenza. Una riflessione su cosa significhi vincere e perdere. Vince chi vive o chi muore? Vince il più forte? E chi è il più forte? Questi temi in particolare e molti altri sono stati alla base del progetto culturale “9maggio78” che ha visto la realizzazione dello spettacolo teatrale “A.N.N.A. - Amore Non Ne Avremo” e la pubblicazione di un volume in cui sono raccolti i tre migliori testi selezionati tra i dodici che hanno partecipato al concorso di drammaturgia. Roberto Rampi
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La memoria è il ricordo di qualche cosa di vissuto. Ricordare (re-cordis, riportare al cuore) significa richiamare alla mente e al cuore avvenimenti del passato, ritrovare e ripercorrere le emozioni che il tempo ha depositato. Ma ciò che non si è vissuto non si può ricordare. Così la memoria degli eventi passati e delle grandi figure, dei testimoni e dei maestri del ‘900 è qualcosa che va costruito. Occorre creare un vissuto in chi non c’era, produrre emozioni e, attraverso lo spiraglio che queste emozioni aprono, accompagnare i fatti, gli avvenimenti, le notizie. Solo l’arte sa generare dei vissuti in grado di creare una forma di ricordo collettivo e fuori dal tempo. Da qui l’importanza del teatro, meta-esperienza per eccellenza, principale generatore di emozioni e vissuti.
frequentati, per cultura. Sembra centrale il tema della sensibilità in queste due figure così capaci di lavorare sulle parole, di un gusto e di una cultura straordinaria che si trovarono a raffrontarsi e scontrarsi invece con la forza bruta e con la violenza. La loro storia mette in luce l’incomunicabilità che esiste tra arte, cultura, sensibilità e violenza. La straordinaria frase di Peppino Impastato sulla bellezza - E’ per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perchè in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore -, così densa di significato e così moderna, sarebbe sicuramente piaciuta ad Aldo Moro. Una delle ragioni che rendeva da subito poco plausibile la tesi che Impastato fosse morto da terrorista, pur a lungo invece sostenuta e accreditata, è nella sua profonda distanza da una cultura della violenza, della soppressione dell’altro, cui si contrappose la cultura dell’ascolto, così presente in Moro, che aveva la capacità di credere in un mondo più pieno, più ricco di opinioni e sfumature rispetto a quello che aveva ereditato. Moro credeva nella forza del dialogo sopra ogni altra cosa e ne aveva fatto il fondamento del suo agire, sia umano che politico.